Pubblicato il Maggio 15, 2024

Molti credono che per fotografare la fauna selvatica servano solo un buon teleobiettivo e pazienza. In realtà, l’approccio professionale e sicuro si fonda su un principio opposto: non come avvicinarsi agli animali, ma come proteggerli dalla nostra presenza. Questo articolo svela le tecniche e la mentalità per diventare osservatori invisibili, garantendo la sicurezza di tutti e il rispetto per la natura.

L’emozione di un incontro con un animale selvatico nel suo habitat è un’esperienza che rimane impressa nella memoria. Per un appassionato di fotografia naturalistica, immortalare un cervo nel pieno del bramito, un camoscio su una cresta o, con estrema fortuna e cautela, un orso a distanza di sicurezza, rappresenta il culmine della propria passione. Istintivamente, ci si concentra sull’attrezzatura: quale teleobiettivo usare, come impostare la macchina fotografica, come mimetizzarsi. Questi aspetti tecnici sono importanti, ma rappresentano solo la superficie di un approccio veramente professionale ed etico.

La maggior parte dei consigli si ferma a “sii silenzioso” o “mantieni le distanze”. Ma cosa significa realmente? E se la vera domanda non fosse “come posso avvicinarmi?” ma “come posso garantire che la mia presenza non alteri minimamente il comportamento dell’animale, la sua sicurezza e la mia?”. Questo è il cambio di prospettiva che distingue un semplice turista da un vero fotografo naturalista. La nostra priorità non è lo scatto, ma il benessere dell’animale. La fotografia diventa una conseguenza di un’osservazione rispettosa, non il suo obiettivo primario.

In questa guida, adotteremo proprio questa filosofia. Esploreremo non solo le tecniche e gli strumenti, ma soprattutto la mentalità e le regole di comportamento che ci permettono di essere presenze invisibili. Impareremo a leggere l’ambiente, a comprendere le abitudini della fauna e a gestire la nostra presenza, dai rifiuti alla scelta del luogo dove dormire, per proteggere questi magnifici animali da noi stessi. Solo così potremo garantire che anche le generazioni future possano vivere la stessa, pura emozione.

Questo articolo è strutturato per guidarti passo dopo passo in questo percorso di consapevolezza. Affronteremo gli aspetti pratici dell’osservazione e della sicurezza, interpretandoli attraverso una lente di responsabilità e rispetto.

Alba o tramonto: quando è più facile avvistare i cervi in amore?

Il periodo del bramito del cervo, tra metà settembre e metà ottobre, è un momento magico. Per assistervi, la scelta del momento è cruciale. Gli animali sono più attivi e vocali durante le ore crepuscolari. L’alba, tra le 5:30 e le 7:00, e il tramonto, tra le 18:00 e le 19:30, sono le finestre temporali ideali. In questi momenti, la luce più morbida è anche perfetta per la fotografia, ma il vero motivo di questa scelta è etologico: i cervi si sentono più sicuri con meno luce e si dedicano ai loro rituali di corteggiamento. In parchi come quello delle Foreste Casentinesi, dove la popolazione è attentamente monitorata, si stima la presenza di quasi 2000 esemplari, come conferma il censimento annuale del Parco.

L’approccio professionale non si limita a essere presenti al momento giusto, ma a farlo nel modo giusto. L’udito è il vostro primo strumento: ascoltare i bramiti da lontano permette di localizzare i maschi senza disturbarli con un avvicinamento alla cieca. L’osservazione dei segni di presenza, come alberi scortecciati con i palchi o tracce fresche, vi darà indizi sulla loro posizione. Mantenere una distanza minima di 50 metri è una regola non negoziabile, non solo per la vostra sicurezza, ma per non interferire con un momento delicato del loro ciclo vitale. Dal 2024, il Parco delle Foreste Casentinesi ha introdotto metodi innovativi come la ‘BramitAPP’ per il censimento, coinvolgendo volontari e dimostrando come tecnologia e partecipazione possano supportare la conservazione.

Binocolo o teleobiettivo: cosa serve davvero per osservare senza disturbare?

L’eterna domanda dell’appassionato: meglio investire in un potente binocolo o in un lungo teleobiettivo? La risposta da professionista è: entrambi, con ruoli diversi. Il binocolo non è un’alternativa economica al teleobiettivo, ma lo strumento primario per l’osservazione. Permette di perlustrare ampie aree in modo agile, localizzare gli animali e studiarne il comportamento da una distanza di sicurezza, senza l’ingombro e l’impatto visivo di un’attrezzatura fotografica puntata. Solo una volta individuato un soggetto e valutate le condizioni di sicurezza e di non disturbo, si passa al teleobiettivo.

Fotografo naturalista con teleobiettivo osserva fauna a distanza di sicurezza

La scelta del binocolo dipende dall’ambiente. Come mostra la tabella sottostante, un modello 8×42 offre un campo visivo più ampio, ideale per i boschi, mentre un 10×50 eccelle in condizioni di scarsa luce, tipiche dell’alba e del tramonto. L’attrezzatura è al servizio del principio di invisibilità etica: ci permette di colmare la distanza fisica, mantenendo intatta la “distanza critica” dell’animale, ovvero il suo spazio di sicurezza. Il teleobiettivo serve a immortalare la scena, il binocolo a decidere se e come quella scena può essere immortalata senza causare stress alla fauna.

Questa tabella, basata su analisi di settore, riassume le caratteristiche chiave per orientarsi nella scelta.

Confronto tra binocoli per osservazione fauna
Modello Campo visivo Luminosità crepuscolare Peso Uso ideale
8×42 Ampio (130m/1000m) Ottima 600-800g Osservazione in movimento, boschi densi
10×42 Medio (110m/1000m) Buona 700-850g Dettagli in aree aperte
10×50 Medio (105m/1000m) Eccellente 900-1000g Osservazione crepuscolare, alba/tramonto

Cinghiali in campeggio: come comportarsi se cercano cibo vicino alla tenda?

Un incontro notturno con un cinghiale vicino alla tenda può generare ansia. Tuttavia, è fondamentale capire che quasi sempre l’animale non è interessato a voi, ma a una potenziale fonte di cibo. La gestione della situazione richiede calma e l’applicazione di un protocollo di de-escalation preciso. La prima regola è la dissuasione passiva: non lasciare mai, per nessun motivo, cibo, avanzi o rifiuti accessibili fuori dalla tenda o dal camper. Questo è il principale fattore che attira gli animali.

Se, nonostante tutto, un cinghiale si avvicina, si passa alla dissuasione attiva. Lo scopo non è spaventarlo, ma fargli percepire la vostra presenza in modo che si allontani spontaneamente. Ecco i passaggi corretti:

  • Farsi sentire: Parlare con voce ferma e calma o battere le mani è spesso sufficiente a segnalare la vostra presenza e a farlo desistere.
  • Usare una torcia: Illuminare l’animale con una torcia elettrica, puntando il fascio di luce verso di lui senza abbagliarlo direttamente negli occhi, lo renderà consapevole di essere stato scoperto.
  • Non ostacolare la fuga: La regola più importante per la sicurezza è non interporsi mai tra l’animale e la sua via di fuga. Assicuratevi che abbia sempre una direzione libera in cui allontanarsi.
  • Proteggere i piccoli: Non posizionatevi mai tra una madre e i suoi piccoli. Questo è uno degli scenari più pericolosi.

Dopo l’incontro, è un dovere civico ed ecologico segnalare l’accaduto al gestore del campeggio o ai ranger del parco. Questa informazione è preziosa per monitorare il comportamento degli animali e prevenire incidenti futuri.

L’errore di lasciare il sacco dell’immondizia fuori dal camper la notte

Lasciare un sacco dell’immondizia fuori dal camper o dalla tenda può sembrare un gesto di poco conto, ma è uno degli errori più gravi e dannosi che si possano commettere in un’area faunistica. Questo atto innesca un processo pericoloso noto come assuefazione alimentare. Come evidenziato da numerosi casi nel Parco Nazionale d’Abruzzo, un animale che impara ad associare l’uomo al cibo facile perde gradualmente la sua naturale diffidenza. Diventa “confidente”, si avvicina sempre di più alle aree abitate, creando situazioni di potenziale pericolo per la sicurezza pubblica.

La conseguenza più tragica di questo processo è che, quasi inevitabilmente, l’animale giudicato “problematico” deve essere rimosso, spesso tramite abbattimento. Un atto di pigrizia o disattenzione da parte nostra può firmare la condanna a morte di un esemplare. Il principio “Leave No Trace” (non lasciare tracce) non riguarda solo i rifiuti visibili, ma soprattutto le tracce olfattive. Ogni buccia di mela, ogni residuo di pasta, ogni briciola deve essere gestita con la massima cura, perché per un animale selvatico rappresenta un invito irresistibile.

Piano d’azione per una gestione dei rifiuti a prova di fauna

  1. Punti di contatto: Identifica tutte le fonti di odore (cibo, rifiuti, articoli da toeletta) e dove vengono conservate.
  2. Raccolta ermetica: Conserva tutti i rifiuti, anche organici, in contenitori ermetici all’interno della parte rigida del veicolo (mai in tenda o verande in tela).
  3. Coerenza olfattiva: Elimina ogni traccia. Non gettare acqua di cottura o residui liquidi sul terreno. Pulisci accuratamente le stoviglie.
  4. Smaltimento sicuro: Utilizza esclusivamente i cassonetti certificati anti-orso dove disponibili. Se non ci sono, riporta i rifiuti a valle.
  5. Piano di integrazione: Considera anche dentifricio, saponi e deodoranti come potenziali attrattivi. Conservali insieme al cibo.

Orso bruno in Trentino: quali sono le regole reali di ingaggio e sicurezza?

La presenza dell’orso bruno marsicano, specialmente in aree come il Trentino, impone un livello di consapevolezza e preparazione superiore. La regola fondamentale è la prevenzione: evitare l’incontro è la migliore strategia di sicurezza. Questo si ottiene principalmente facendo rumore durante l’escursione, soprattutto in zone di scarsa visibilità come boschi fitti o sentieri con curve cieche. Parlare, cantare o attaccare un campanello allo zaino segnala la nostra presenza e dà all’orso tutto il tempo di allontanarsi per evitarci.

Orso bruno in ambiente montano del Trentino osservato a distanza di sicurezza

Se un incontro dovesse comunque avvenire, è vitale mantenere la calma e reagire in base alla distanza. Le regole d’ingaggio definite dal Corpo Forestale Trentino sono chiare:

  • Oltre i 100 metri: È la distanza di sicurezza. Osservare con il binocolo senza disturbare e allontanarsi lentamente nella direzione opposta.
  • Tra 50 e 100 metri: Non correre mai. La corsa può innescare l’istinto predatorio. Parlare con voce calma per farsi identificare come umani e indietreggiare lentamente.
  • Sotto i 50 metri: La situazione è critica. Evitare il contatto visivo diretto, che può essere interpretato come una sfida. Rendersi “grandi” allargando le braccia e continuando a parlare con calma mentre si indietreggia molto lentamente.
  • In caso di carica: L’orso può effettuare una “falsa carica” (bluff charge), fermandosi prima del contatto. In questo caso, è imperativo rimanere fermi e non reagire.

Strumenti come lo spray anti-orso, il cui 98% di efficacia nel prevenire ferite è stato dimostrato in studi internazionali, sono in dotazione al personale di sorveglianza in Italia ma il loro utilizzo da parte dei civili è soggetto a restrizioni legali. Questo sottolinea ancora di più l’importanza della prevenzione comportamentale come primo e più efficace strumento di sicurezza.

Lupi e orsi in Italia: quali precauzioni reali servono per il bivacco in Appennino?

Bivaccare in aree dove sono presenti grandi carnivori come lupi e orsi, ad esempio sull’Appennino, richiede l’adozione di protocolli rigorosi, mutuati dall’esperienza nordamericana. Il principio cardine è semplice ma fondamentale: separare le aree di attività per minimizzare l’attrazione olfattiva vicino al luogo in cui si dorme. La tecnica più efficace è quella del “triangolo del bivacco”.

Il triangolo del bivacco: tecnica nordamericana applicata

Questa strategia prevede di disporre il campo in tre punti distinti, a forma di triangolo, distanti almeno 70-100 metri l’uno dall’altro. Il primo vertice è l’area notte (la tenda), il secondo è l’area cucina (dove si prepara e si consuma il cibo) e il terzo è l’area di stoccaggio (dove cibo, rifiuti e articoli da toeletta profumati vengono sigillati e appesi a un albero o conservati in contenitori anti-orso). In questo modo, eventuali odori attireranno gli animali lontano dalla tenda, proteggendo sia l’escursionista che l’animale stesso da incontri potenzialmente problematici.

Questa logica capovolge la prospettiva comune sulla sicurezza. Come sottolineano le linee guida ufficiali del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, la vera precauzione non è solo proteggere sé stessi, ma soprattutto evitare di corrompere il comportamento naturale degli animali.

La precauzione principale non è proteggere sé stessi dall’animale, ma proteggere l’animale da noi.

– Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, Linee guida per il bivacco responsabile

Questo concetto è il cuore del bivacco responsabile. Non si tratta di costruire una fortezza contro la natura, ma di agire con un’intelligenza ecologica che ci renda presenze neutre e non invasive nel loro mondo.

Dove dormire legalmente vicino al Parco del Gran Paradiso senza disturbare la fauna?

La scelta di dove pernottare è una decisione strategica che ha un impatto diretto sulla fauna. Vicino a parchi di immenso valore come il Gran Paradiso, famoso per stambecchi, camosci e marmotte, non basta trovare un posto “legale”, ma bisogna sceglierne uno “responsabile”. Il bivacco libero è spesso regolamentato o vietato; è quindi fondamentale preferire strutture organizzate, come rifugi, campeggi o bivacchi gestiti, che abbiano una politica attiva di coesistenza con la fauna.

Prima di prenotare, un fotografo naturalista professionista valuta la struttura secondo criteri precisi. Non si tratta solo di comfort, ma di compatibilità ecologica. I workshop fotografici più seri, come quelli organizzati da agenzie specializzate, selezionano partner che garantiscono un basso impatto. Per esempio, i workshop fotografici nel Parco del Gran Paradiso limitano i gruppi a pochi partecipanti e si affidano a guide esperte che conoscono i comportamenti degli animali e le distanze di sicurezza, garantendo un’esperienza rispettosa. Quando scegliete autonomamente, verificate i seguenti punti:

  • Gestione dei rifiuti: La struttura è dotata di cassonetti certificati anti-orso o ha un protocollo rigido per la gestione dei rifiuti?
  • Formazione del personale: Il personale è formato sulla fauna locale e sa dare consigli aggiornati e corretti su come comportarsi?
  • Posizione strategica: La struttura è lontana da noti corridoi faunistici o zone di pascolo notturno?
  • Informazioni aggiornate: Il gestore fornisce informazioni attive su avvistamenti recenti e sulle regole da seguire?

Preferire un rifugio del CAI o un campeggio gestito da personale esperto non è solo una scelta di comodità, ma un atto di responsabilità che contribuisce a ridurre il disturbo e a proteggere l’equilibrio del parco.

Da ricordare

  • Etica prima della tecnica: La priorità assoluta non è lo scatto, ma la protezione dell’animale da ogni forma di disturbo o assuefazione.
  • Prevenzione, non reazione: Una corretta gestione dei rifiuti e fare rumore in modo appropriato sono più efficaci di qualsiasi comportamento da adottare durante un incontro ravvicinato.
  • La preparazione offline è sicurezza: In montagna la rete è un lusso, non un diritto. Mappe, regolamenti e numeri di emergenza devono essere disponibili sul telefono senza bisogno di connessione.

Perché non fidarsi della copertura dati in montagna e scaricare le mappe prima?

Nell’era della connettività perenne, affidarsi alla copertura dati in montagna è un errore da principianti con conseguenze potenzialmente gravi. L’assenza di segnale non significa solo non poter condividere una foto, ma non poter accedere a informazioni vitali in un momento di necessità. Immaginate di trovarvi in una situazione di stress, magari dopo un incontro ravvicinato con un animale, e di non poter verificare il protocollo di sicurezza corretto o chiamare i soccorsi. La dipendenza dalla rete è una fragilità inaccettabile per chi si avventura in natura.

La preparazione professionale implica la creazione di un kit di sopravvivenza digitale offline. Prima di partire, è obbligatorio scaricare tutto il necessario sul proprio smartphone. Questo include non solo le mappe, ma anche i documenti che possono fare la differenza in termini di sicurezza e rispetto della fauna.

Checklist del kit di sopravvivenza digitale offline

  1. Mappe offline dettagliate: Utilizzare app specifiche come Komoot, Outdooractive o Fatmap per scaricare le mappe dell’intera area di escursione, inclusi sentieri e curve di livello.
  2. Documenti del parco: Salvare in formato PDF i regolamenti ufficiali del parco, con particolare attenzione alle norme comportamentali relative alla fauna.
  3. Numeri di emergenza: Memorizzare direttamente nella rubrica i numeri chiave: il 1515 per la Guardia Forestale e il 118 per il Soccorso Alpino, specificando sempre la propria posizione.
  4. Power bank carico: Portare sempre con sé una batteria esterna di almeno 10.000 mAh, tenuta al caldo per preservarne la carica.

Come ricorda il Soccorso Alpino, “L’assenza di rete significa non poter verificare un protocollo di sicurezza in un momento di stress con la fauna selvatica”. Essere autonomi dal punto di vista digitale non è un optional, ma una componente fondamentale della pianificazione e della sicurezza in montagna.

Ora che possiedi la mentalità e le conoscenze di un professionista, il prossimo passo è mettere in pratica questi principi. Inizia a pianificare la tua prossima escursione fotografica con la consapevolezza che ogni tua scelta contribuisce a proteggere la bellezza selvaggia che desideri immortalare.

Scritto da Giulia Moretti, Guida Ambientale Escursionistica (AIGAE) e alpinista con 12 anni di attività sulle Dolomiti e Appennini. Esperta di trekking, flora, fauna selvatica e turismo sostenibile nei Parchi Nazionali.